“Lui è peggio di me”. Gli spot spietati di Romney e Obama

La sospensione degli spot elettorali e dei messaggi al curaro fra i candidati alla Casa Bianca è durata giusto il tempo della commemorazione delle vittime della strage di Aurora, in Colorado. Poi le sventagliate televisive sono riprese regolarmente e il presidente, Barack Obama, ha approfittato della tregua imprevista per tornare in onda con il suo primo messaggio in prima persona: il titolo è “The choice”, la scelta, perché, dice Obama, gli americani nei prossimi mesi “avranno una scelta da fare, e non si tratta di scegliere fra due partiti politici, o fra due persone. E’ una scelta fra due progetti per il nostro paese estremamente differenti fra loro”.
10 AGO 20
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La sospensione degli spot elettorali e dei messaggi al curaro fra i candidati alla Casa Bianca è durata giusto il tempo della commemorazione delle vittime della strage di Aurora, in Colorado. Poi le sventagliate televisive sono riprese regolarmente e il presidente, Barack Obama, ha approfittato della tregua imprevista per tornare in onda con il suo primo messaggio in prima persona: il titolo è “The choice”, la scelta, perché, dice Obama, gli americani nei prossimi mesi “avranno una scelta da fare, e non si tratta di scegliere fra due partiti politici, o fra due persone. E’ una scelta fra due progetti per il nostro paese estremamente differenti fra loro”. A volte, continua il presidente, “la politica può sembrare una cosa piccola, ma la scelta che avete davanti non potrebbe essere più grande”.
Ambientazione casalinga, tasti di pianoforte toccati con grazia in sottofondo, tinte pastello per sottolineare l’atmosfera rilassata: la prima apparizione di Obama in uno spot elettorale segna una cesura rispetto agli assalti all’arma bianca che hanno caratterizzato la competizione degli ads elettorali. E del resto la prima regola di Obama è: mai perdere la pazienza, mai arrabbiarsi, ovvero mai mostrare direttamente le proprie debolezze. Di spazzatura sul candidato avversario, Mitt Romney, il presidente ne ha versata parecchia in questi mesi, ma ha lasciato che fosse l’impersonale macchina della campagna elettorale e l’ancora più eterea presenza dei Super Pac – i comitati politici a briglia sciolta, quelli che quando vengono accusati di essere manipolati con un joystick dai candidati fanno spallucce – a fare il lavoro sporco. Nella sua prima apparizione ha lasciato che le immagini trasognate del grande statista al caminetto dominassero sugli incontenibili istinti predatori.
I candidati hanno speso fino a questo momento oltre 224 milioni di dollari per gli spot televisivi, record assoluto nella storia delle elezioni americane, e la cartina che mostra le aree a maggior concentrazione di spesa è una perfetta radiografia dell’ossatura elettorale dell’America. Texas e California, roccaforti antagoniste dove a novembre non ci sarà storia, sono zone franche per i candidati, mentre se si dà un’occhiata dalle parti di Ohio, Pennsylvania e Michigan è tutto un pullulare di spese per spazi e controspazi televisivi. “Tutta la politica è locale”, diceva il decano del Congresso Tip O’Neill, e l’espressione si è trasformata a ragione in una regola aurea per gli strateghi della politica, anche per quelli che credono che con la rete, i social network, la globalizzazione dei contenuti e la velocità forsennata dei flussi informativi la vecchia dimensione della politica come arte innanzitutto locale fosse tramontata.
Il fatto che soltanto 4 dei 227 milioni siano stati spesi per spot trasmessi a livello nazionale dimostra che non è così, e anche Obama, candidato digitale per antonomasia, deve lisciare il pelo delle comunità locali e delle costituency più riottose. Possibilmente nel verso giusto. Il 70 per cento dei fondi è servito a produrre demonizzazioni dell’avversario, piuttosto che a ritagliare siparietti elogiativi dell’operato del governo (o dei propositi di governo, per quanto riguarda lo sfidante), altro dato senza precedenti. Le campagne elettorali americane, si sa, sono avvezze a menare scudisciate dirette contro l’avversario, a screditarlo sbattendo sullo schermo il nudo potere dei fatti, oppure a imbarcarsi su delicati processi di editing per distorcere e rivestire di enfasi polemica citazioni fuori contesto o gaffe imperdonabili.
L’esemplificazione più esplicita di questo metodo l’ha fatta Romney con il suo “you didn’t build that”, non l’avete costruito voi, citazione furbescamente estrapolata da un discorso di Obama in cui diceva che chi ha un business non può attribuirsi il merito di averlo costruito. Il presidente parlava in realtà di infrastrutture ed educazione, non di imprese in senso stretto, e cercava di sottolineare l’importanza della struttura federale nel sostenere l’economia.

La legge del metaspot
Il “truth team” – sì, il presidente dispone di una squadra della verità, una specie di polizia del pensiero in versione elettorale – ha cercato di tamponare con un controspot, o piuttosto un metaspot, in cui l’ignaro elettore americano che si beve la lamentazione romneyana viene istantaneamente edotto sul contesto delle citazioni di Obama, e capisce d’un tratto il trucco manipolatorio di Romney. Il genere metaspot è un tratto fondamentale della guerra degli ads, tanto che American Crossroads, il Super Pac diretto dal grande stratega Karl Rove, ha speso quasi dieci milioni di dollari per realizzare spot che dicono che gli spot di Obama sono negativi e diffamatori.
Quella messa in scena in “America the Beautiful”, in effetti, non era esattamente una rappresentazione equilibrata della proposta di Romney: mentre il candidato storpiava senza pietà lo spartito della canzone patriottica più evocativa d’America, gli uomini di Obama hanno montato in sovrimpressione i numeri che farebbero del candidato repubblicano tutto tranne un patriota. I posti di lavoro delocalizzati in India, Messico e Cina durante la sua discussa esperienza di banchiere a Bain Capital (filone attorno al quale si è creato un genere di attacchi indipendente) fino ad arrivare ai fondi stranieri di questo epigono del capitalismo più rapace. E i conti alle Isole Cayman sono, nella tavola di valori di questo mondo in crisi, la sentina di ogni malvagità. Lo spot si è beccato i rimproveri di tutti i fact-checker d’America, e tuttavia è riuscito a eccitare gli animi della middle class in crisi. Ed è questo che si cerca in una dura, abrasiva e implacabile guerra elettorale via cavo.